LIVE WINE-#parte 2

Ciao a tutti!

Questa settimana voglio raccontarvi la seconda parte del nostro viaggio nel mondo dei vini biologici e biodinamici all’interno di LIVE WINE.

Dove ero rimasto? Ah già! Abbiamo appena terminato i bianchi francesi e gli champagne (che meraviglia!!!!). Terminato il panino decidiamo di buttarci sui vini italiani, prima bianchi e poi rossi naturalmente (un grande ringraziamento a Luca per avermi letteralmente IMPOSTO il suddetto ordine…se sono qui a scrivere è anche grazie a lui XD).

Cominciamo dunque il nostro tour. Dopo un primo approccio deludente (forse il primo e l’ultimo di tutta la giornata…) con una cantina di cui non farò il nome, il nostro viaggio nel mondo dei bianchi italiani inizia (questa volta davvero) allo stand di Lieselehof, una ridente cantina in Caldaro, un comune poco sotto Bolzano, pioniere della viticoltura biologica in Alto Adige. Con un simpatico accento tedesco veniamo accolti dalla co-proprietaria Claire Werner e dal figlio Julian, che ci illustrano brevemente i vitigni messi a dimora (pinot gris; gewurztraminer; bronner; Piwi qualità hyperbio, un vitigno resistente alle malattie fungine), le differenti giaciture, i vini prodotti. Tra questi, un particolare ci stupisce: la cantina vanta tre vini passiti, ottenuti da uve Bronner e Piwi qualità hyperbio essiccate in inverno e pressate nel periodo tra Gennaio e Marzo. La punta di diamante è rappresentato dallo Sweet Claire Quintessenz che con i suoi oltre 4 anni di affinamento si impone come vino da meditazione, da solo o con un cioccolato fondente al 70% min: peccato solo fosse terminato i giorni precedenti. Inpreda allo sconforto, gentilmente Claire ci offre una valida alternativa, ossia una verticale con i suoi tre bianchi di punta: Julian, Vino del Passo e Gewurztraminer. Il primo, base Bronner, è prodotto da uve ottenute su terreno ghiaioso e calcareo: al naso si avvertono sentori di pompelmo e pesca, oltre a fiori bianchi come il gelsomino. Il secondo è un base Solaris: prodotto su argilla ferrosa, si avverte l’agrume e un sentore erbaceo persistente, un vago sentore pepato e una persistente sapidità. Infine lui, il re dei vini aromatici: ci accoglie con un sentore di spezie, che poi si tramutano in bocca in una grande sapidità e una leggera punta acida che accompagna il tipico sentore idrocarburico.

Proseguiamo il nostro viaggio: visitiamo altri tre o quattro stand e raggiungiamo per la seconda volta la fine del salone. Dopo un secondo panino salvifico (necessario…assolutamente…) decidiamo infine di avventarci sui rossi. Il primo stand che attira la nostra attenzione è di una cantina pugliese, avente sede a Gioia del Colle (Bari). Cristiano Guttarolo, il proprietario, con grande simpatia ci racconta la sua azienda, di come nel 2004 abbia preso le redini dell’azienda, della sua grande passione per il Primitivo (la “vigna nostra” a suo dire), dei terreni fortemente carsici sui quali l’azienda giace e che doneranno al vino un sentore sapido e speziato. Ci offre di degustare due vini. Il primo è il Primitivo “Amphora”, del quale mi stupisce il processo produttivo: la fermentazione avviene in anfore di terracotta con soli lieviti indigeni, restando sulla bucce per circa sei mesi; segue maturazione in acciaio e in bottiglia. Al naso si sprigionano sentori di viola, prugna e amarena, un vago sentore speziato di chiodo di garofano: il vino, grazie all'”assenza di legno” non perde la sua identità originaria-ci dice-e mantiene i suoi sentori tipici e ancestrali. Il secondo vino mi lascia basito: Susumaniello, da uve Susumaniello in purezza (ammetto…mai sentite). Il sentore è inconfondibile: pepe. Si percepisce distintamente, oltre al peperoncino i chiodi di garofano, le erbe aromatiche e la ciliegia sul finale. Veramente particolare.

Altro stand, altra regione. Un simpatico signore toscano ci invita a degustare i suoi prodotti: facciamo quindi la conoscenza con Giuseppe Gilioli, proprietario de “Il Casale” in Certaldo (Firenze). Ci racconta la storia della sua famiglia, indelebilmente intrecciata col territorio e la viticoltura: sì, perché i Gilioli fanno vino dal 1770-ci dice pieno di orgoglio. Senza dilungarsi troppo, Giuseppe sfoggia una selezione di Chianti Riserva di tutto rispetto. Degustiamo un 2013: un bel tannino, da vino che ha ancora tanto da dire, molto vinoso in realtà (un po’ ruvido, a suo dire); segue un 2006, molto più asciutto e austero, il tannino ammorbidito dal tempo e la vaniglia che fa capolino tra i sentori primari. A questo punto, Giuseppe ci stupisce con una domanda inattesa: ragazzi che ne dite di assaggiare qualcosa di più vecchio di voi? Intanto sfila dalla sua cantinetta un vino non etichettato: si intravedeva solo uno scarabocchio sul retro, appena leggibile. Ma dai, impossibile, non ci prenda in giro, abbiamo 25 anni- ribattiamo. Lui con un sorriso smagliante versa nel nostro bicchiere ed esclama: 1986…questa bottiglia non è in vendita. Siamo letteralmente esterrefatti. Una riserva “lasciata lì a invecchiare”- aggiunge. Granato intenso, riflessi aranciati appena accennati; cuoio cacao, spezie, liquirizia, legno; è un vino asciutto, austero, ma al contempo morbido, ma con un bel tannino quasi a dire: giovane, guarda che salto ancora i fossi per la lunga. WOW. Che emozione. Lo ringraziamo molto della gentilezza e ci congediamo: ci dice di passare dalla cantina se ci capita e, soprattutto, se vogliamo fare il bis (con un occhiolino quasi a lasciare intendere che il meglio deve ancora venire).

Ci avventuriamo infine nelle Langhe tra diversi produttori tra cui Elio Sandri, che con il suo Nebbiolo 2015 ci attira (freschezza, sentori floreali, un bel tannino), col Barolo 2012 ci ammalia (maggiore morbidezza, un bella composta di prugne preceduto dalla vaniglia e dalle spezie) e con il Riserva 2011 ci stende: massima espressione di questa magnifica terra e di questo vitigno meraviglioso, la morbidezza e l’astringenza coesistono in un connubio perfetto, dove l’aroma dell’uva non è smorzato dall’affinamento in legno ma esaltato ed evoluto con esso.



Visto l’orario (16) e la stanchezza (ehhh…non abbiamo più l’età) facciamo un’ultima breve pausa e affrontiamo gli ultimi ma non ultimi: i passiti e i vini liquorosi. Selezioniamo tre produttori che durante il tour avevano attirato la nostra attenzione: il primo calabrese, il secondo e il terzo siciliani.

La Calabria ci offre dolcezza di miele e fichi, noce tostata: il moscato passito della cantina Diana, ottenuto da uve Guarnaccia e Malvasia per il mosto e Moscatello di Saracena e “Adduroca” (un vitigno aromatico autoctono), si fregia del titolo di presidio Slow Food. La sua morbidezza, freschezza e persistenza mi fa innamorare: è dolce ma non stucchevole. Ne compro una bottiglia, che lascerò lì a invecchiare.

Passiamo alle Isole Eolie e in particolare Malfa, sull’Isola di Salina. Qui l’azienda agricola Fenech porta avanti una produzione vitivinicola talmente radicata nel territorio da “risalire alla notte dei tempi”: la Malvasia delle Lipari, detta “nettare degli Dei”. Raccolta il 20 settembre, l’uva viene fatta appassire su “cannizzi” per circa due settimane per poi affinarsi in acciaio e infine in bottiglia. Il vino si presenta di un dorato intenso. L’albicocca matura prevale, con vaniglia e note di cannella. Alla bocca è morbido e di lunga persistenza. Un ottimo vino da meditazione.

Dulcis in fundo ci spostiamo a Marsala e Pantelleria, e in particolare nelle due cantine De Bartoli. Incredibili vini da meditazione! Bukkuram, zibibbo 100%. Uve appassite 3 settimane in appositi stenditoi delimitati da mura in pietra lavica, che viene poi lasciata macerare per oltre tre mesi insieme al vino ottenuto da fermentazione “indigena”; l’affinamento impegna i successivi trenta mesi in fusti di rovere di seconda passata. Il vino sviluppa una complessità incredibile: sentori di miele si intrecciano con la cannella e la noce; il profumo di composta di frutta gialla è avvolgente e incredibilmente persistente. A mio parere un passito eccellente. Ma non è finita. Il marsala regala emozioni. Ma non un marsala qualunque: Vecchio Samperi, marsala non fortificato della tradizione marsalese pre-british. Per la sua produzione viene utilizzato un sistema di “travasi” di piccole percentuali di vino “fresco” in botti contenenti vini già invecchiati: viene quindi nobilitato l’antico metodo di affinamento in botti di rovere, conosciuto con perpetuo (o Soleras). La maturazione media raggiunge i 20 anni circa. Il risultato è pura magia: un intreccio di aromi difficilmente districabili nei pochi minuti di degustazione che ci siamo concessi. 50 euro di bottiglia, ma assolutamente meritati: forse il vino da meditazione migliore mai degustato. Il proprietario ci invita a visitare le sue cantine: sicuramente un’occasione imperdibile, che mi spinge a inserire la Sicilia (e in particolare Marsala) tra le prossime papabili mete di vacanza estiva XDXD.


Provati ma felici, ci accingiamo a ripartire, destinazione Reggio Emilia. Il viaggio di ritorno è un’occasione di confronto e riflessione su quanto il mondo del vino naturale, fino a questo momento da noi trattati con un certo scetticismo, sia in realtà un volto della viticultura in grado, se esporato nelle sue realtà più vere e profonde, di regalare incredibili emozioni.

 

Che dire: un’esperienza davvero molto istruttiva, un’occasione per interfacciarsi con un mondo, quello del vino artigianale biologico e biodinamico, spesso osteggiato perché “contro gli standard”, con prodotti “diversi da ciò a cui siamo abituati” e “mera strategia commerciale per vendere vino di dubbia qualità”. Alzando il velo di scetticismo che io stesso (lo ammetto) nutrivo nei confronti di questo ambiente e scavando un po’ più a fondo ho scoperto un mondo. Vi invito, se ne avrete l’occasione, a fare lo stesso. Non ve ne pentirete.

Se l’articolo vi ha incuriosito non esitate a scrivermi. Sarò felice di rispondere a qualsiasi domanda sui prodotti degustati, le cantine e gli eventi sul territorio relativi a questo magnifico settore.

Alla prossima settimana!!

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